L’inatteso e forzato risveglio in Europa delle Banche centrali nazionali

Ad aspettare che la Banca centrale europea (Bce) faccia finalmente ricorso al “bazooka” per arrestare la crisi dei debiti sovrani in Europa, si rischia di perdere di vista il risveglio delle Banche centrali nazionali in corso nel Vecchio continente. Anche perché, al di là delle speranze frustrate dei mercati che sembrano attendere soltanto la trasformazione dell’Eurotower in prestatore di ultima istanza degli stati, il presidente della Bce Mario Draghi è già ricorso a misure anticicliche piuttosto vigorose.
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Ad aspettare che la Banca centrale europea (Bce) faccia finalmente ricorso al “bazooka” per arrestare la crisi dei debiti sovrani in Europa, si rischia di perdere di vista il risveglio delle Banche centrali nazionali in corso nel Vecchio continente. Anche perché, al di là delle speranze frustrate dei mercati che sembrano attendere soltanto la trasformazione dell’Eurotower in prestatore di ultima istanza degli stati, il presidente della Bce Mario Draghi è già ricorso a misure anticicliche piuttosto vigorose: non solo con il taglio dei tassi di riferimento (il costo del denaro è sceso di mezzo punto in due mesi), ma dalla settimana scorsa anche con una serie di azioni “non convenzionali” per fornire liquidità extra alle banche. Ora pare essere arrivato il turno delle Banche centrali nazionali, tutt’altro che scomparse dopo l’insediamento a Francoforte di una Banca centrale unica per l’euro.
Gli Istituti nazionali, innanzitutto, sono i maggiori indiziati per la costituzione della “rete di sicurezza” per l’euro di cui si è discusso a Bruxelles giovedì e venerdì in occasione del vertice dei capi di governo. Nel comunicato finale, quello in cui si abbozza “l’unione di stabilità fiscale” dei 26 stati membri (escluso il Regno Unito appunto), l’unica scadenza certa è costituita dai “dieci giorni” entro i quali i paesi dell’Ue si impegnano a rafforzare il Fondo monetario internazionale con 200 miliardi di euro, “attraverso prestiti bilaterali”. Considerata la contrarietà esplicita di Draghi all’ipotesi che la Bce possa finanziare il Fmi, aggirando così il divieto statutario di finanziare i debiti sovrani, negli ambienti delle grandi organizzazioni internazionali economiche (Fmi e Banca mondiale) si sostiene invece che saranno proprio le varie Banche centrali nazionali a pagare i 200 miliardi di euro che poi lo stesso Fmi “girerà” agli stati europei più in difficoltà. In Italia nessuno ha finora discusso pubblicamente l’ipotetico intervento di Palazzo Koch, ma in Germania alcuni esponenti della Bundesbank hanno già fatto sapere pubblicamente di essere pronti a fare la loro parte, fornendo fino a 45 miliardi di euro.
Non solo, Via Nazionale è evocata anche nel comunicato finale dell’Eba, l’Autorità bancaria europea, che giovedì scorso ha gettato nello sconforto i titoli bancari dettando le nuove esigenze di ricapitalizzazione degli istituti di credito. Secondo l’Eba, saranno infatti le “autorità di supervisione nazionali” a gestire operativamente i rafforzamenti patrimoniali da garantire entro la metà del 2012. Addirittura, sostengono alcuni osservatori come il giornalista Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri, si dovrebbe ricorrere proprio alle riserve auree di Palazzo Koch per aiutare le banche in modo da non costringerle a indebolire il flusso di credito alle imprese. Tali riserve, scrive Fubini, “quest’anno si sono rivalutate del 34 per cento e ora valgono 100 miliardi di euro” e “c’è spazio quindi, senza venderle, né spostarle dai caveau della Fed di New York dove in parte si trovano, affinché Bankitalia possa conferirne una percentuale a capitale delle banche”.